Parrocchia Santo Stefano Tesserete 

Pieve Ambrosiana della Capriasca

 

 

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Lettera del prevosto dal bollettino parrocchiale Estate 2016

 

Cari parrocchiani e parrocchiane, negli anni settanta c’era una contestazione e il rifiuto della Chiesa cattolica,

espressi dallo slogan: Gesù sì, Chiesa no! Oggi l’opposizione è meno pronunciata e si ha a che fare più con una certa indifferenza che con un antagonismo. Ma il legame tra il “fondatore e la fondazione”,ovvero tra Gesù e la sua Chiesa, è un aspetto sovente discusso e per nulla acquisito. Non si può negare che da una parte affiorano sempre i difetti e i peccati del “personale della Chiesa”; dall’altra ci sono affermazioni esplicite di Gesù, che prima dell’ascensione ha pensato a una sua comunità di fede che avrebbe continuato nel tempo la sua missione di salvezza. Gesù non ha prefabbricato una chiesa di persone dotate di impeccabilità ma l’ha voluta formata da liberi collaboratori assicurandone la missione con la garanzia dell’infallibilità. Due belle parabole ci descrivono l’immagine di Chiesa voluta da Gesù. Una prepasquale, in cui il Maestro si definisce “il

buon pastore” (Gv 10,11-15) e una postpasquale dove designa Pietro come pastore-vicario sulla terra (Gv 21,15-17).

Le vogliamo leggere e commentare brevemente:

11Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. 12Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; 13egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14Io sono il buon pastore, conosco

le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15come il Padre mi conosce e io conosco il Padre. E per queste pecore io dò la vita. (Gv 10,11-15)

In una società moderna come la nostra, la parabola del gregge favorisce più l’immagine di chiesa come una “massa” di fedeli timidi e amorfi, passivi e irresponsabili piuttosto che di collaboratori di Dio.

Che poi un guardiano, all’arrivo del lupo, salvi la propria vita prima di quella delle pecore è psicologicamente plausibile ed eticamente possibile. Il fatto inverosimile della parabola esalta invece il messaggio di Gesù che muore per noi e rivela il comportamento del Padre molto più generoso del comportamento umano.

Gesù ha la coscienza di essere il vero pastore, fondatore e guida della comunità.

Ma al momento dell’ascensione lascia Pietro come pastore-vicario.

15Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle ». 17Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro

rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. (Gv 21,15-17).

Il Risorto appare sul lago di Tiberiade; conferma la sua promessa a Pietro ma gli chiede un atto pubblico di riparazione e di amore. Anche il “primato” non è un onore ma un servizio. Il testo greco permette di fare una precisazione. Le tre domande di Gesù potrebbero prendere questo tono: 1) mi ami? 2) mi ami davvero?

3) mi vuoi bene? E l’ordine dei verbiè: agapas, agapas, fileis, dove i primi due significano “amare in modo totale e gratuito” e il terzo “voler bene come un amico”. La tristezza di Pietro nasce proprio dall’incapacità di saper rispondere pienamente alla chiamata di Gesù. Ma poi tutto si chiarisce nell’umiltà e nell’amore.

Pietro è capace di riconoscersi peccatore ma affermare con umiltà: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene”. Dopo aver meditato la Parola di Dio vi rendo partecipi di alcune meditazioni, lette recentemente, di Giovanni Battista Montini – futuro Papa Paolo VI – quando ancora era un giovane sacerdote, assistente spirituale degli universitari. Mi hanno colpito profondamente la sua chiarezza di idee, la sua determinazione

e la sua fede. Parlando del cristiano diceva che per esserlo veramente“... bisogna avere una conoscenza perfetta del fine a cui si tende. [...] Il Signore ci mette davanti un fine tale che subordina gli altri, ci propone

un fine così grande, così nuovo, così degno che tutti gli altri devono essergli subordinati”.

Spesso, in passato e ancor di più oggi, si risponde che è difficile vivere bene la fede perché si ha sempre meno tempo. “Non ho tempo”..., è il leitmotiv di certi cristiani. Montini rispondeva così:

Il Signore ha voluto lasciarci liberi, staccarci quasi da sé, perché tornassimo verso di lui. [...]. Se io voglio fare la volontà di Dio bisogna che mi dia una regola. [...]. La prima determinazione necessaria per render buona la vita è incamminarla verso la perfezione e la determinazione del tempo. Non posso far nessun programma se non sono padrone del tempo, se non esprimo la mia volontà nell’uso del tempo. Vero che il tempo è solo nominalmente nostro, infatti quante cose ci obbligano a sbocconcellarlo in occupazioni di cui faremmo volentieri a meno. Però, ripeto, la prima maestria, il primo atto di dominio su noi stessi è l’uso del tempo. Perciò il primo programma pratico, il primo esame, è di vedere se uso bene il tempo che il Signore mi dà.” E qui possiamo allacciarci all’importanza della preghiera, che è espressione della nostra fede. Così Montini proseguiva:

“La preghiera è colloquio con Dio, è discorso a Dio, è rivolgere la parola a Dio e se questo Dio non è presente

nell’anima, preghiera non è. È indispensabile, per parlare a Dio, mettersi alla sua presenza, così che se

tutta la mia orazione non fosse che uno sforzo di mettermi alla presenza di Dio avrei fatto buona preghiera. Ripeto, il solo sforzo di mettermi alla presenza di Dio è buona preghiera. Il solo cercare la luce del Signore, rendere l’anima atta a percepire la sua ineffabile realtà, è già ottima preghiera”.

Infine una considerazione sottile per non cadere in una pseudo religione cristiana, più panteista o new age che non legata alla figura centrale di quel Dio rivelato da Gesù Cristo.

Così concludeva la sua riflessione l’assistente Montini: “Il contatto tra l’uomo e Dio avviene attraverso questo fatto che sichiama «la vita interiore», la coscienza, il pensiero. Non incontri Gesù lungo la strada su cui cammini, non lo scorgi nei libri che leggi, non lo trovi nei cieli che ammiri, nella natura che contempli: la rivelazione e l’infusione vitale di Dio avviene nell’interiorità della tua anima. Dunque dobbiamo usare bene le facoltà che abbiamo per cercare non le cose vane, le cose inutili, ma le cose vere, la sola verità che importa, quella che salva. S. Agostino, in una delle sue più belle frasi lamenta questo fallimento del pensiero davanti

alla cultura che non serve a nulla e diceva: «Necessaria non noverunt, quia superflua didicerunt (non hanno conosciuto le cose necessarie, perché hanno riempito l’anima delle cose superflue)». Non si sa ciò

che più importa sapere”.

 

don Gabriele

 

 

 

 

 

 

 

 

Parrocchia Tesserete 2013